La mappa della diagnosi

La mappa della diagnosi

“La diagnosi dal greco dià = attraverso e gnosi = conoscenza è la procedura di ricondurre un fenomeno o un gruppo di fenomeni, dopo averne considerato ogni aspetto, a una categoria.”Questo è il primo significato che si può attribuire a tale sostantivo, un termine tecnico della categoria medica che per diagnosticare malattie al paziente analizza ogni referenza del soggetto studiato e, ne confuta le eventuali anomalie.
E’ un processo che si basa sull’osservazione e la valutazione razionalizzata, che passa da un piano percettivo ed empatico ad uno tecnico ed universale.
La filosofia da cui scaturisce il concetto e la necessità di una mappa della diagnosi in architettura si fonda sulle stesse basi gnostiche; partendo da livelli emozionali scaturiti dal luogo in cui ci troviamo ad operare, arriviamo a scremare e classificare i nostri ragionamenti elaborando un prodotto concreto per l’utenza predefinita. E’ questo dunque il caso della filosofia Alexanderiana che si pone come chiave di volta della più nota lettura della progettazione,  la progettazione sostenibile.

I concetti che ruotano attorno a tale corrente di pensiero sono stati definiti da Christopher Alexander verso la fine degli anni settanta del secolo scorso. L’architetto nonché docente di Architettura presso prestigiose cattedre europee riceve molte onorificenze per tale formulazione antropologica, la progettazione sostenibile, e dota di importanza e validità le esigenze dell’animo umano per l’utenza.
Egli di fatto non considerando due enti separati: il ruolo dell’ architetto e del referente, fa calare il primo nelle vesti del secondo e riesce a far avvicinare la figura professionale alle effettive condizioni e richieste sociali dell’abitante tipo.
Come capire tale utenza? Come definirne i luoghi abitudinali? Cosa suscita in me tale osservazione?
Queste e molte altre sono le domande che ruotano attorno alla filosofia Alexanderiana, filosofia che scaturisce dai concetti di: centro, wholeness e pattern, definendo una via di ragionamento progettuale del tutto eterogenea e sempre valida.
Partendo dalla sensazione, come descritto prima, ci si reca nel luogo di intervento.
Questo è già un primo e chiaro esempio di come questo approccio possa essere divergente dalle convenzionali forme di progettazione assistita.
Non mi trovo nel luogo prestabilito per applicare il metodo scientifico del rilievo , calcolo e valutazione compositiva, mi trovo qui perché il mio corpo possa sentire ciò che ha spinto l’utenza a migliorare questo microsistema con la presenza istituzionale e competente di un architetto.
In questo caso quindi bisogna uscire dai panni del comune progettista e riuscire a focalizzarsi sull’area da migliorare come un qualunque abitante della stessa.
Come prima cosa, quindi, è necessario dar voce alle emozioni che devono guidare il mio occhio critico.
Devo saper valutare la qualità dei luoghi in cui mi trovo, luoghi che perdono il loro nome e assumono tre nuove connotazioni in base alla loro capacità di trasmettere benessere.
In presenza di luoghi positivi che hanno, in piena forma o caratteristica, la capacità di non dover essere modificati dal mio intervento, annoterò la presenza di centri vitali.
Là dove il luogo stesso mi suggerirà una lieve modifica o un probabile rimaneggiamento, mi confronterò con un centro latente che ha in sé le caratteristiche di uno spazio qualitativo ma non riesce a rendere in pieno tale sensazione.
Qualora al contrario il luogo da me analizzato mi suggerirà evidenti trasformazioni o asportazioni parziali e totali dell’area identificata,  sarò in presenza di centri danneggiati.
Ognuno di questi tre spazi, più o meno qualitativi, ha una corrispondenza cromatica all’interno della mappa della diagnosi che si istituirà ogni qualvolta si deciderà di intervenire architettonicamente, urbanisticamente o costruttivamente in un area di eterogenee dimensioni.
Come posso annotare tali “macchie colorate” all’interno della mia area in scala?
Preso il foglio vergine dell’area e portato con noi marcheremo con forme libere e a piacere i confini di questi centri.
E’ definito “centro” il luogo che manifesta determinate proprietà geometriche in maniera totale, parziale o assente.
Il colore sarà quello prestabilito dalle nostre sensazioni e coinciderà con il giallo per le aree vitali o centri vitali, blu per i centri latenti e rosso per le aree danneggiate o centri danneggiati.
Alexander prevede comunque una totale soggettività nel rilevare tali centri e nel sintetizzarli all’interno della stessa mappa della diagnosi.
Questo procedimento è quindi del tutto personale e giustificato dalle singole persone che si adoperano al confronto emozionale dell’area.
Due diversi architetti che ispezionano la zona in orari uguali e per durata di tempo omogenea proveranno quindi sensazioni diverse e produrranno successivamente mappe della diagnosi differenti.
La grandezza della progettazione sostenibile è il poter dare la medesima validità e attuabilità per i diversi risultati estrapolati dal medesimo contesto.
Abbiamo accennato al centro come luogo capace di contenere proprietà geometriche, esse sono quindici, definite come:
-centro forte

– confine

-eco

-semplicità e calma interiore

-non separatezza

-gradiente

-vuoto

-buona forma

-spazio positivo

-contrasto

-ripetizione alternata

-livelli di scala

-irregolarità

-simmetria locale

-interconnessione profonda

-ambiguità.

Ognuna di esse è rappresentata con degli ideogrammi evocativi che, colorati in modo diverso, possono rappresentare la quantità della loro presenza all’interno di un centro rosso, giallo o blu.
Nella mappa della diagnosi si identificano e ridisegnano ,in modo personale o prestabilito ,all’interno dei centri latenti o vitali, mentre non si considerano importanti per i centri danneggiati, i quali pur possedendo queste proprietà per caratteristica progettuale o ideologica, non ne garantiscono un buon centro d’osservazione e divulgazione emozionale.
Ognuna di queste caratteristiche può essere spiegata brevemente:
-centro forte ovvero il saper riconoscere l’entità di un centro rispetto ad un altro.
-confine inteso come il contraddistinguere un cambiamento di demarcazione.
-eco rappresentato dalla ripresa di uno stesso elemento all’interno dell’oggetto considerato.
-semplicità e calma interiore come chiarezza ed efficacia comunicativa dell’oggetto stesso.
-non separatezza espressa mediante la concezione di spazi di transizione e non di risulta.
-gradiente è definita la permeabilità all’interno di un “elemento” da parte altri “elementi” o dall’”elemento” stesso.
-vuoto concepito come cambiamento di usufrutto dello spazio.
-buona forma realizzata mediante l’uso dello spazio eliminando zone di scarto e angoli bui, lavorando sui rapporti tra le forme.
-spazio positivo per garantire lo sfruttamento a pieno del suolo gestito.
-contrasto rappresentato mediante l’opposizione ravvicinata di due o più elementi.
-ripetizione alternata contrapposta alla lettura palindroma della facciata o della pianta di un luogo.
-livelli di scala per concepire il gioco di dimensioni su una stessa forma.
-irregolarità giustificando l’eccezione che se spontanea qualitativamente migliora il progetto.
-simmetria locale per definire un’appartenenza dell’elemento subordinato all’oggetto maggiore.
-interconnessione profonda ed ambiguità per permettere ad alcuni luoghi di connotarsi con suggestioni eccezionali e determinanti.
Per spiegare meglio queste caratteristiche è necessario promuovere alcuni esempi che fanno parte della cultura collettiva comune come :
irregolarita’ echi e gradiente per questo albero di ulivo

gradienti, ripetizione alternata, centro forte e livelli di scala per il cavolfiore

Non separatezza,echi gradiente e vuoto per il paesaggio descritto da tale ponte sul fiume

Semplicità e calma interiore, contrasto e spazio positivo in ultimo teorizzato dall’interno di questa chiesa secolare.

La relazione che si instaura tra le varie proprietà geometriche che appartengono ai centri e la distribuzione più o meno intricata e correlata di tali centri tra loro all’interno della nostra mappa della diagnosi costituisce la wholeness del luogo ovvero una sorta di armatura che collega le caratteristiche puntuali che possono rappresentare come fedele descrizione il luogo da me studiato tramite questo metodo.

E’ importante utilizzare una grandezza utile della mappatura in scala, in modo da poter annotare successivamente anche tutti gli altri elementi che la compongono.

Per esempio, possiamo annotare, in un secondo momento le viste.

Con foto e schizzi costruiremo lunghi scenari urbani, o architettonici, circostanti ed individuando le viste positive e le viste negative, faremo dei richiami grafici all’interno della mappa stessa.

Saranno marcate anche in questo caso le viste che il nostro giudizio critico reputa importanti per numero e dimensione.

Potremo avere più viste positive o più viste negative, anche questo sarà oggetto di singola ed indiscutibile  valutazione in fase progettuale.

Le viste aprono lo spunto all’osservazione degli accessi.

Individuare percorsi e luoghi di entrata ed uscita e’ fondamentale per quanto riguarda la coerenza grafica ed analitica della mappa.

All’interno della mappa della diagnosi poi si farà  un salto di qualità riproducendo nello stesso foglio una porzione grafica di spazio per riprodurre  l’area di intervento in dettaglio sintetizzando solo le forme geometriche che corrispondono ai centri analizzati, con le cromie corrispondenti.

Questi luoghi verranno connotati da lettere che ne semplificheranno la discussione in fase progettuale.

La  piccola zona di rielaborazione grafica ed assimilazione dell’area di intervento sarà provvista  anche dei percorsi, che  in questo caso saranno reali ed ipotetici cercando quasi di definire tramite questi una giustificazione per la classificazione delle aree in: rosso, giallo e blu.

Per questo tipo di rappresentazione non ci sono colori o tipi di grafie identificate da Alexander ma  al contrario si può procedere diversificandosi  tra i vari gruppi di lavoro adoperando linee tratteggiate o piene a diversi spessori, e colori con orientamenti rettilinei e curvilinei come nella figura composta da tutti questi elementi. La mappa della diagnosi è pronta, completa e atta ad essere utilizzata per la seconda parte dell’unfolding ovvero per il processo di descrizione progettuale che prende il nome di “visioning”.

La progettazione sostenibile è un mondo di continua scoperta ed evoluzione introiettiva del soggetto referente e referenziato, la fase finale del progetto è poi fornita in modo assolutamente originale ed entusiasmante.

Se per arrivare al processo definito dalla mappa della diagnosi ci siamo calati nei panni dell’utenza per la progettazione, dovremo impersonificarci in drammaturghi che allestendo scenari di vita quotidiana descriveranno cosa è accaduto dopo il nostro intervento.

Faremo parlare quindi utenze che noi definiamo a priori, le quali  parlando tra loro o ragionando, descriveranno ciò che provano sostando ed usufruendo dei luoghi da noi trattati. Potremmo ascoltare Paola, madre di due figli, la quale sostiene che calpestare un particolare tipo di ammattonato mentre va a prendere i bambini a scuola, le crea suggestioni interne, al contrario parlando per bocca di Luigi, noto uomo di affari, ascolteremmo le sensazioni di pace e benessere che  trae dall’abitare in una zona periferica strutturata secondo la nostra tipologia abitativa preferita e così via, ma potremmo anche descrivere il rumore delle foglie e il colori delle piante presenti o il tepore che i colori della facciata dei diversi edifici riproducono con suggestivi giochi di luce mantenendo quindi la descrizione romanzata del nostro intervento, su discorsi indiretti, muovendosi quindi su descrizioni impersonali.

Tutto questo processo di visioning ovvero visione romanzata dell’intervento attuato sarà poi razionalizzata e descritta con piante prospetti e sezioni del progetto vero e proprio, che arriveranno a noi per via inconscia e setacciati dall’associazione delle nostre idee ai pattern.

Il pattern non è che un modello, uno stereotipo , un tipo che Alexander definisce per la migliore progettazione.

Scrive un manuale intitolato “ A Pattern Language” in cui sono annotati tutti e 253 i pattern che corrispondono all’analisi architettonica, urbana e costruttiva della progettazione sostenibile.

Di recente sono stati aggiunti pattern bioclimatici per migliorare questo tipo di ragionamento progettuale e non fermarci ad un punto di arrivo, considerando il discorso Alexandriano come concluso, ma al contrario come incipit di ragionamenti altrettanto validi e fruttuosi.

L’ elaborato corrisponde alla produzione della mappa della diagnosi per lo studio dell’area di Madonna dei Monti.

Il primo approccio fatto alla mappa della diagnosi è stato prodotto interiorizzando le nozioni della progettazione sostenibile e rielaborando le nostre esigenze comunicative con la coerenza di tale progettazione.

Abbiamo quindi  definito degli assi viari, ci siamo calati nei panni di tutti coloro che,abitando in queste zone, hanno un  frequente uso del suolo da un punto di vista carrabile e pedonale.

Per prima cosa abbiamo definito quali fossero gli accessi principali all’area da noi presa in esame contrassegnandoli in maniera adeguata .Questi corrispondono alle due estremità di via dei Serpenti all’incrocio con via Nazionale e con via Cavour,all’incrocio di via del Boschetto con via Nazionale,alla scalinata della Salita Borgia e all’uscita della metropolitana presso Piazza della Suburra.

Da qui in poi  l’analisi è proceduta con l’individuazione delle principali attività commerciali del quartiere, effettuandone in primo luogo una divisione delle attività di ristorazione dagli altri esercizi commerciali,definendoli poi singolarmente tramite dei pattern per identificarne le caratteristiche principali.

Questa definizione dei livelli qualitativi e quantitativi delle attività commerciali è stata un buon punto di partenza per l’analisi della maglia stradale interna al quartiere. Le attività,i fronti stradali,la qualità e l’intensità della viabilità e della percorribilità,nonché la rilevanza storica dei tracciati stradali sono i criteri che hanno contribuito alla percezione delle singole vie e che abbiamo utilizzato per definirle danneggiate ,latenti o vitali.

Della prima categoria,ovvero zone danneggiate,fa parte a nostro giudizio via Cavour poiché di fatto divise in due parti il nucleo medievale originario del quartiere. Il piano Regolatore di Roma Capitale del 1873 prevedeva infatti la sistemazione del quartiere e l’apertura di un arteria di collegamento tra l’Esquilino e piazza Venezia ,ovvero via Cavour, che fu realizzata tra il 1880 e il 1890 su progetto dell’architetto Giuseppe Michelotti e di Andrea Busiri Vici.

Passando all’individuazione delle zone latenti,abbiamo definito tali via dei Serpenti,via Leonina,via degli Zingari e la prima parte di via Madonna dei Monti;mentre abbiamo considerato zone vitali la via del Boschetto e la seconda parte di via Madonna dei Monti anche per la presenza di numerosi locali notturni e negozi di artigianato artistico caratteristici del Rione Monti. Percorrendo queste vie ,infatti,si ha la reale e forte percezione dello spirito di Monti.

Il passo successivo è stato riconoscere visuali positive o negative, le quali sono state definite graficamente con il colore verde ,qualora andassero ad identificare una piacevole vista, e con il rosso nel caso di una vista opposta.

Vista buona da via dei Serpenti verso il Colosseo

Vista cattiva verso l’incrocio tra via dei Serpenti e via Madonna dei Monti

Sono stati definiti i luoghi principali del Rione Monti esaminandone sia le caratteristiche storiche e artistiche, nonché le funzioni sociali e le proprietà geometriche. Questa serie di luoghi  è stata identificata nella mappa tramite diversi colori: il rosso per i centri danneggiati, il blu per quelli latenti e il giallo per i centri vitali.

Il Mercato Rionale,situato in via Baccina , risulta essere un centro latente poichè nonostante sia uno dei mercati più antichi e caratteristici della capitale , non riceve la giusta valorizzazione e risulta mal segnalato.

L’ Università degli Studi di Roma Tre si è insediata nel complesso seicentesco sede del Collegio dei Neofiti. Questa risulta essere un centro vitale in quanto grazie alle sue caratteristiche fisiche e ricettive è il punto di aggregazione di un’utenza ,non solo studentesca,che ne apprezza soprattutto il cortile interno facendo di questo uno spazio positivo.

La chiesa di S. Salvatore ai Monti,situata in adiacenza all’Università all’angolo con via dei Neofiti,fu edificata alla fine del cinquecento sui resti di una chiesa precedentemente distrutta. Il restauro della chiesa operato nel corso del novecento risulta piuttosto modesto e l’edificio risente delle varie manomissioni subite nel corso dei secoli. Per questo motivo e per la scarsa fruizione da parte dell’utenza è stata definita centro latente.

La chiesa della Madonna dei Monti progettata da Giacomo Della Porta e realizzata nel 1588 , risulta essere uno dei centri vitali più importanti del quartiere ,soprattutto per la sua funzione religiosa che attira un elevato numero di fedeli,ma anche per il ruolo di polo turistico dovuto al suo interesse artistico.

Piazza Madonna dei Monti situata tra via dei Serpenti e via del Boschetto risulta essere un forte centro vitale e luogo di aggregazione,non solo per i monticciani ma anche per turisti,artisti ,studenti,che si riuniscono in particolare sui gradini della fontana centrale disegnata da Giacomo Della Porta alla fine del cinquecento. Inoltre qui le attività economiche commerciali trovano ampio sbocco e dinamicità. È stato facile notare come l’elevata presenza di persone in questa determinata area , oltre che  le sue caratteristiche geometriche, la rendano per noi un centro da mantenere così com’è , sia per capacità comunicativa in quanto luogo usufruito, che per importanza storica del costruito stesso

L’Istituto Angelo Mai ,edificio settecentesco ed ex convitto in abbandono, è da considerarsi come centro vitale poiché è prevista la realizzazione al suo interno di un centro polivalente che porterà questo stabile a divenire un polo culturale e ricreativo molto importante.

Il Grand hotel Palatino di fabbricazione novecentesca , va a contenere per un lato la scalinata della salita dei Borgia e il suo prospetto principale si affaccia su via Cavour. I prospetti esterni dell’albergo risultano molto diversi e discordanti rispetto all’architettura che lo circonda ,e la sua mole imponente si impone nella stretta via Leonina rovinando l’impatto visivo soprattutto per chi giunge al rione dall’uscita della metro presso piazza della Suburra. In seguito a queste considerazioni e alla totale estraneità di questo edificio rispetto al tessuto che lo circonda abbiamo ritenuto opportuno considerarlo area danneggiata.

Prospetto dell’albergo su via Leonina

Salita Borgia  e prospetto laterale  dell’hotel Palatino

La fermata della metro Cavour risulta essere un centro latente in quanto l’area non accoglie in maniera adeguata chi arriva al quartiere. La vista su via Leonina infatti è rovinata dalla presenza dell’albergo novecentesco e dall’incuria per la sistemazione dell’area.

Uscita della metro su Piazza della Suburra

Leave a Reply